
Copertina di Diplomacy di Henry Kissinger, usata come immagine condivisa per questa serie di riassunti.
Nel 1994, Henry Kissinger pubblicò il libro L'arte della diplomazia. Fu uno stimato studioso e diplomatico che servì come Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato degli Stati Uniti. Il suo libro offre un'ampia panoramica della storia degli affari esteri e dell'arte della diplomazia, con particolare attenzione al XX secolo e al mondo occidentale. Kissinger, noto per il suo allineamento con la scuola realista delle relazioni internazionali, indaga i concetti di equilibrio di potere, ragion di Stato e Realpolitik attraverso diverse epoche.
La sua opera è stata ampiamente lodata per la sua ampiezza e i suoi intricati dettagli. Tuttavia, ha anche affrontato critiche per la sua attenzione agli individui piuttosto che alle forze strutturali, e per presentare una visione riduttiva della storia. Inoltre, i critici hanno sottolineato che il libro si concentra eccessivamente sul ruolo individuale di Kissinger negli eventi, potenzialmente sopravvalutando il suo impatto. In ogni caso, le sue idee meritano considerazione.
Questo articolo presenta un riassunto delle idee di Kissinger contenute nel diciottesimo capitolo del suo libro, intitolato "Il Successo e il Dolore del Contenimento".
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La ricerca di un quadro postbellico
Alla fine del 1945, i responsabili politici americani non erano sicuri di come interpretare la condotta di Stalin. La partnership di guerra non aveva prodotto l’ordine cooperativo che Roosevelt si aspettava, e gli accordi di Potsdam e le successive conferenze dei ministri degli Esteri non avevano risolto le questioni politiche fondamentali dell’Europa. In Polonia, Bulgaria e Romania, il potere sovietico veniva imposto senza riguardo per le aspettative americane sull’autodeterminazione democratica. In Germania e in Italia, Mosca non sembrava più agire come partner nella ricostruzione postbellica. Washington affrontava quindi un problema più grande di qualsiasi singola disputa: doveva decidere se il comportamento sovietico fosse un malinteso temporaneo, una normale espressione della politica russa di sicurezza o l’inizio di un conflitto irreconciliabile.
La prima risposta di Truman arrivò nel 1946, quando premette con successo per il ritiro sovietico dall’Azerbaigian. Anche questa fermezza rimase dentro un quadro wilsoniano. Come Roosevelt, Truman resisteva a descrivere la politica americana come una risposta di equilibrio di potenza a una grande potenza rivale e preferiva invocare principi generali, la Carta delle Nazioni Unite e la difesa della libertà politica. Kissinger sottolinea che non si trattava di ipocrisia. I leader americani detestavano davvero il linguaggio delle sfere d’influenza, anche mentre quelle sfere prendevano forma. Le zone occidentali di occupazione in Germania furono consolidate sotto guida americana, mentre l’Unione Sovietica trasformava l’Europa orientale in un blocco dipendente tenuto insieme meno dal consenso che dalla coercizione.
Il Cremlino cercò anche di disturbare la consolidazione occidentale. Incoraggiò la pressione comunista in Francia e in Italia e sostenne l’instabilità intorno alla Grecia, dove una guerra di guerriglia minacciava di trascinare il Mediterraneo orientale in una politica influenzata dai sovietici. I leader americani capivano di dover resistere a ulteriori espansioni. La loro tradizione nazionale, tuttavia, rendeva difficile ammettere che stavano facendo ciò che la Gran Bretagna aveva storicamente fatto: bloccare il movimento di una potenza rivale verso regioni strategiche. La questione irrisolta era se la politica sovietica riflettesse una diffidenza correggibile o qualcosa radicato nello stesso sistema sovietico.
Kennan, Matthews e Clifford
La risposta intellettuale decisiva arrivò dal «Lungo telegramma» di George Kennan da Mosca. Kennan sostenne che le fonti della condotta sovietica stavano dentro il regime sovietico e non potevano essere rimosse con una comunicazione migliore o con rassicurazioni americane. Nella sua interpretazione, la politica sovietica univa l’ideologia comunista a più antiche abitudini russe di insicurezza ed espansione. La dottrina marxista-leninista dava al regime una giustificazione per dittatura, sacrificio, repressione e ostilità al capitalismo. Allo stesso tempo, i governanti russi avevano a lungo temuto il contatto con società occidentali più avanzate e avevano cercato sicurezza attraverso l’espansione più che attraverso il compromesso. Per Kennan, l’ostilità sovietica non era quindi un umore passeggero. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto prepararsi a una lunga lotta contro un sistema che interpretava l’accomodamento come debolezza e il conflitto come normale.
Il primo tentativo di trasformare questa analisi in politica fu il memorandum del Dipartimento di Stato di H. Freeman Matthews del 1° aprile 1946. Matthews trattò il conflitto con Mosca come una caratteristica endemica della politica sovietica e sostenne che l’Unione Sovietica doveva essere convinta che il suo corso l’avrebbe condotta al disastro. Il memorandum rivelava anche i limiti del primo pensiero americano. Notava che gli Stati Uniti avevano superiorità navale e aerea mentre l’Unione Sovietica dominava la massa terrestre eurasiatica, e cercava di agire attraverso le Nazioni Unite nonostante il veto sovietico. Matthews elencò regioni vulnerabili dalla Scandinavia e dall’Europa orientale all’Iran, alla Turchia, all’Afghanistan, al Sinkiang e alla Manciuria, ma la maggior parte era oltre la portata pratica americana. Il documento faceva appello anche alla Gran Bretagna perché restasse la principale potenza equilibratrice nell’Europa occidentale, sebbene l’esaurimento britannico rendesse irrealistica quella speranza.
Lo studio di Clark Clifford del settembre 1946 rimosse gran parte di questa ambiguità. Clifford accettò che il potere sovietico dovesse essere controbilanciato dal potere americano e ampliò la missione fino a un impegno globale verso i paesi democratici minacciati dall’Unione Sovietica. La portata di quella formula restava incerta. Poteva significare la difesa dell’Europa occidentale, oppure un obbligo molto più ampio di difendere società minacciate in Medio Oriente, in Asia e oltre. Nella pratica, l’interpretazione più ampia guadagnò influenza. Clifford formulò anche il conflitto in termini morali più che diplomatici. Il problema stava nel carattere della leadership sovietica più che in uno scontro negoziabile di interessi. La politica mirava quindi a restaurare l’equilibrio e a cambiare la condotta sovietica, forse aspettando nuovi leader che accettassero un accordo una volta riconosciuta la forza americana.
Kissinger sottolinea una conseguenza importante di questa formulazione: gli statisti americani non definirono termini concreti per porre fine alla Guerra Fredda. Se l’Unione Sovietica restava ideologicamente ostile, i negoziati apparivano inutili. Se cambiava internamente, un accordo sarebbe seguito naturalmente. In entrambi i casi, precisare possibili compromessi sembrava non necessario o persino restrittivo. Come nella pianificazione di guerra per il mondo postbellico, gli Stati Uniti preservarono libertà d’azione evitando obiettivi diplomatici precisi.
La Dottrina Truman e il Piano Marshall
La prima grande prova della dottrina emergente arrivò in Grecia e Turchia. La Gran Bretagna aveva sostenuto entrambi i paesi contro la pressione sovietica e la sovversione comunista, ma nell’inverno 1946-47 il governo Attlee informò Washington di non poter più sostenere il peso. Truman era pronto ad assumere il ruolo storico britannico di bloccare l’accesso russo al Mediterraneo, ma aveva bisogno di un linguaggio più americano della geopolitica britannica. Il 27 febbraio 1947, Marshall offrì ai leader del Congresso un caso strategico misurato, mentre Dean Acheson trasformò la questione in un confronto tra due grandi potenze e in una difesa della libertà stessa.
Truman adottò quel linguaggio morale quando annunciò quella che divenne la Dottrina Truman il 12 marzo 1947. Invece di presentare l’aiuto a Grecia e Turchia come una misura strategica limitata, contrappose due ordini politici. Nel primo, le maggioranze governavano attraverso istituzioni libere che proteggevano le libertà civili; nel secondo, una minoranza conservava il potere terrorizzando gli oppositori, controllando la stampa, manipolando le elezioni e reprimendo il dissenso. Gli Stati Uniti, dichiarò, avrebbero sostenuto i popoli liberi che resistevano alla sottomissione da parte di minoranze armate o pressioni esterne. Kissinger tratta questo passaggio come uno spartiacque. Una volta che Washington definì il conflitto in termini morali, il linguaggio preferito da Stalin delle concessioni reciproche divenne molto più difficile da usare. Il confronto sarebbe terminato solo attraverso un cambiamento dei fini sovietici, il collasso del sistema sovietico o entrambi.
La dottrina creò anche un’ambiguità duratura. Se gli Stati Uniti difendevano la democrazia, i critici potevano chiedere perché sostenessero società strategicamente importanti ma politicamente imperfette. Se difendevano la sicurezza nazionale, i critici potevano chiedere perché sembrassero promettere aiuto a qualsiasi popolo libero minacciato, che l’area fosse vitale o meno per gli interessi americani. Questa tensione divenne una caratteristica permanente della politica estera americana, dividendo i critici che ritenevano gli Stati Uniti troppo amorali da quelli che li giudicavano troppo moralisti e crociati.
Il Piano Marshall estese la stessa logica dalla resistenza militare e politica alla ricostruzione sociale ed economica. Nel giugno 1947, Marshall propose assistenza americana per la ripresa europea, sostenendo che povertà, disperazione e caos creavano le condizioni per l’estremismo politico. L’offerta era formalmente aperta persino ai governi dell’orbita sovietica, possibilità brevemente notata a Varsavia e Praga prima che Stalin la sopprimesse. Il programma fu presentato come un attacco alla fame e al disordine, il che significava anche resistenza ai partiti comunisti e alle organizzazioni di facciata che traevano profitto dalla miseria. Nella lettura di Kissinger, il piano rifletteva la convinzione americana, resa più acuta dal New Deal, che la stabilità politica dipendesse dal restringere il divario tra aspettative e realtà economica.
L’articolo «X» di Kennan e la logica del contenimento
Nel luglio 1947, l’articolo anonimo di Kennan su Foreign Affairs, «The Sources of Soviet Conduct», diede alla politica emergente la sua formulazione canonica e il suo nome. L’articolo ripeteva l’argomento centrale del «Lungo telegramma» in forma più filosofica. L’ostilità sovietica verso l’Occidente, sosteneva Kennan, era inseparabile dalla struttura interna del regime sovietico. Il Partito Comunista era l’unica forza organizzata nella società, e il regime aveva bisogno di un nemico esterno per giustificare la disciplina interna. La politica sovietica avrebbe sondato possibilità di influenza ovunque potesse. Avrebbe anche arretrato davanti a barriere ferme perché era abbastanza paziente da evitare la necessità di una vittoria immediata.
La risposta era una politica di fermo contenimento in ogni punto in cui l’Unione Sovietica minacciasse gli interessi di un mondo pacifico e stabile. La previsione più notevole di Kennan era che il sistema sovietico contenesse i semi della propria trasformazione. Poiché il regime sovietico non aveva mai imparato una successione legittima, una futura lotta per il potere avrebbe potuto costringere i leader ad appellarsi a una popolazione politicamente immatura, sconvolgendo la disciplina del partito ed esponendo la fragilità del sistema. Kissinger nota che questa previsione si avvicinò in modo notevole a ciò che avvenne dopo l’ascesa di Michail Gorbaciov.
Kissinger sottolinea però anche il peso che Kennan pose sulla politica americana. Il contenimento richiedeva agli Stati Uniti di resistere alla pressione sovietica lungo una vasta periferia che attraversava Europa, Medio Oriente e Asia, mentre il Cremlino manteneva l’iniziativa di scegliere il punto di crisi. La politica difendeva lo status quo in molti luoghi separati promettendo che una serie di confronti inconcludenti avrebbe infine prodotto il collasso del comunismo. Era una dottrina eroica ma reattiva. Presumeva che la storia avrebbe lavorato a favore dell’America se gli Stati Uniti avessero mostrato sufficiente resistenza.
Il contenimento quindi sprecò il periodo di maggiore forza relativa dell’America, inclusi gli anni del suo monopolio atomico. Poiché i leader americani credevano che «posizioni di forza» dovessero ancora essere costruite prima che la diplomazia potesse avere successo, non usarono la loro superiorità temporanea per premere su un accordo concreto in Europa. La Guerra Fredda divenne di conseguenza più militarizzata, e l’Occidente sviluppò un senso di debolezza che Kissinger considera inesatto. Allo stesso tempo, l’ambiguità della dottrina generò azione in altri campi. Dal New Deal venne la logica economica del Piano Marshall. Dalla Seconda Guerra Mondiale venne la convinzione che l’aggressione dovesse essere dissuasa da una potenza schiacciante, portando all’Alleanza Atlantica.
NATO, Germania e linguaggio americano dell’alleanza
La NATO fu la prima alleanza militare in tempo di pace nella storia americana. Il suo impulso immediato fu il colpo comunista in Cecoslovacchia nel febbraio 1948. Stalin aveva già stretto il controllo sull’Europa orientale dopo il Piano Marshall, epurando leader comunisti sospettati di indipendenza nazionale. In Cecoslovacchia, persino una forte posizione comunista dentro un governo eletto risultò insufficiente. Il governo fu rovesciato, Jan Masaryk morì cadendo dalla finestra del suo ufficio e a Praga fu installata una dittatura comunista. Come nel 1939, Praga divenne un simbolo intorno al quale poteva organizzarsi la resistenza al potere totalitario.
Il Patto di Bruxelles, formato dagli Stati dell’Europa occidentale nell’aprile 1948, non poteva da solo dissuadere un attacco sovietico o colpi comunisti sostenuti dal potere sovietico. La NATO fu quindi creata per legare Stati Uniti e Canada alla difesa dell’Europa occidentale sotto un comando militare internazionale. Il risultato strategico era chiaro: due alleanze militari e due sfere d’influenza si fronteggiavano attraverso l’Europa centrale. I leader americani, però, rifiutarono di descrivere la NATO in quei termini. L’amministrazione Truman insistette che l’Alleanza Atlantica non era una coalizione tradizionale per preservare l’equilibrio di potenza. Si diceva che difendesse il principio più che il territorio, che si opponesse all’aggressione più che a uno Stato particolare e che rafforzasse un «equilibrio di principio» più che un equilibrio di potenza.
Kissinger considera ciò storicamente poco convincente ma politicamente rivelatore. Le alleanze tradizionali raramente nominavano i loro avversari; definivano le condizioni che avrebbero attivato i loro obblighi, proprio come fece la NATO. Poiché l’Unione Sovietica era l’unico aggressore plausibile in Europa, non aveva bisogno di essere nominata. Tuttavia, il bisogno americano di distinguere la NATO dalla vecchia diplomazia era intenso. Dean Acheson capiva le esigenze dell’equilibrio, ma capiva anche che gli americani le avrebbero accettate solo se inserite in un ideale morale più ampio. Così l’equilibrio europeo di potenza fu ricostruito nel linguaggio della sicurezza collettiva.
La creazione della Repubblica Federale di Germania fu altrettanto importante. Fondendo le zone americana, britannica e francese, le potenze occidentali accettarono la divisione della Germania per un futuro indefinito. Ciò disfaceva la Germania unificata di Bismarck. Creava anche una sfida permanente al controllo sovietico nell’Europa centrale, perché la Germania Ovest non avrebbe accettato la legittimità dello Stato tedesco orientale sponsorizzato dai sovietici. Per due decenni, la Repubblica Federale rifiutò di riconoscere la Repubblica Democratica Tedesca e minacciò di rompere le relazioni con i paesi che lo facessero. Anche dopo aver abbandonato quella Dottrina Hallstein dopo il 1970, non rinunciò alla pretesa di rappresentare la nazione tedesca nel suo insieme.
Nel 1949, l’ordine postbellico somigliava al sistema di alleanze precedente al 1914 nella sua rigidità, ma Kissinger sottolinea due differenze. Primo, ogni blocco era dominato da una superpotenza abbastanza forte da contenere i propri alleati. Secondo, le armi nucleari distrussero l’illusione che la guerra potesse essere rapida o indolore. La leadership americana diede inoltre all’alleanza occidentale un vocabolario morale e talvolta messianico. Critici successivi avrebbero definito cinica quella retorica, ma Kissinger insiste che gli architetti del contenimento erano sinceri. Persino i documenti classificati erano pervasi da affermazioni morali, mostrando che la strategia americana dipendeva dai valori oltre che dagli interessi.
NSC-68 e la moralizzazione della strategia
NSC-68, prodotto nell’aprile 1950, divenne la dichiarazione ufficiale della strategia americana della Guerra Fredda. Definiva l’interesse nazionale in termini morali, sostenendo che una sconfitta delle istituzioni libere in qualsiasi luogo era una sconfitta ovunque. La perdita della Cecoslovacchia contava meno per le sue capacità materiali che per ciò che significava nella contesa dei valori. Il documento esortava gli Stati Uniti a rendersi forti attraverso potenza militare, potenza economica e affermazione dei propri principi in patria e all’estero.
L’obiettivo restava un cambiamento fondamentale nella natura del sistema sovietico. NSC-68 respingeva sia una guerra di conquista sia un accordo generale basato su sfere d’influenza. Una vittoria nucleare non avrebbe prodotto la trasformazione morale e politica desiderata. Una divisione negoziata del mondo avrebbe lasciato al Cremlino la capacità di sfruttare la propria sfera. Nell’interpretazione di Kissinger, questo rendeva gli obiettivi americani straordinariamente esigenti. Gli Stati Uniti rinunciavano alla conquista e a un accordo coercitivo mentre cercavano un risultato ampio quanto la conversione del loro avversario. Possedevano una forza senza precedenti, ma la loro dottrina insegnava loro a pensare in termini di debolezza relativa e mobilitazione a lungo termine.
Questo quadro mancava anche di criteri per misurare successi parziali. Se lo scopo della Guerra Fredda era la trasformazione interna dell’Unione Sovietica, ogni crisi lungo la strada poteva apparire inconcludente. I leader americani dei primi anni Cinquanta non avevano ancora immaginato che guerre e inquietudini interne avrebbero diviso il paese prima che il successivo collasso del comunismo confermasse parte della previsione originale.
Critici del contenimento
Kissinger organizza le prime critiche del contenimento in tre scuole principali. Walter Lippmann rappresentò la critica realista. Respingeva la fiducia di Kennan nel decadimento della società sovietica e sosteneva che il contenimento non avesse margine d’errore. Consentendo all’Unione Sovietica di scegliere i luoghi del confronto, la politica avrebbe trascinato l’America in regioni remote e ambigue lungo la periferia sovietica. Senza criteri chiari per gli interessi vitali, Washington avrebbe raccolto clienti e dipendenti capaci di sfruttare gli impegni americani, lasciando gli Stati Uniti a scegliere tra umiliazione e costoso sostegno a regimi deboli.
Il rimedio di Lippmann era una diplomazia diversa, non il ritiro. Voleva che la politica americana fosse guidata caso per caso dagli interessi americani, con l’obiettivo centrale di restaurare l’equilibrio di potenza in Europa. A suo giudizio, il contenimento rischiava di accettare la divisione indefinita dell’Europa. Il vero obiettivo doveva essere il ritiro del potere sovietico dal centro del continente. Kissinger giudica Lippmann profetico sulle frustrazioni di una politica reattiva, mentre Kennan fu più accurato sulla debolezza interna del comunismo. Kennan capì come mobilitare la resistenza americana; Lippmann capì la tensione di uno stallo periferico senza fine.
Churchill offrì una seconda critica. Accettava il pericolo dell’espansione sovietica e vedeva il contenimento come un mezzo, non come un fine in sé. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi aveva cercato di limitare i guadagni sovietici per migliorare la posizione negoziale delle democrazie. Dopo la guerra, soprattutto nei discorsi del 1948 e del 1950, avvertì che la posizione occidentale sarebbe stata più forte finché gli Stati Uniti possedevano ancora superiorità atomica. Favoriva negoziati da una posizione di forza, forse persino un ultimatum diplomatico. I leader americani arretravano davanti all’uso del monopolio atomico come minaccia e respingevano qualsiasi accordo che accettasse una sfera sovietica ridotta. Churchill voleva restringere l’influenza sovietica e coesistere con ciò che restava; l’America di Truman preferiva attendere il collasso o la conversione del potere sovietico.
La differenza rifletteva l’esperienza nazionale. La Gran Bretagna era abituata a compromessi e accordi imperfetti; gli Stati Uniti preferivano soluzioni finali ottenute mobilitando vaste risorse. Churchill poteva combinare rafforzamento militare e diplomazia attiva. I leader americani tendevano a trattare forza e diplomazia come fasi successive: prima creare forza, poi negoziare. La visione americana prevalse dato che gli Stati Uniti erano più forti e perché Churchill, allora all’opposizione, non poteva imporre la propria strategia.
Henry Wallace guidò la terza e più persistente critica, radicata nelle tradizioni radicali e populiste americane. Wallace respingeva la premessa che l’espansione sovietica richiedesse contenimento, a differenza di Lippmann e Churchill. Diffidava della Gran Bretagna, accusava gli Stati Uniti di adottare metodi machiavellici e sosteneva che l’America non avesse diritto morale di intervenire all’estero finché non avesse corretto le proprie mancanze sociali. Interpretava la condotta sovietica in larga misura come paura dell’accerchiamento capitalista e accettava una sfera sovietica nell’Europa orientale come controparte di una sfera americana altrove. In un rovesciamento sorprendente, il critico che denunciava la politica di potenza americana accettava le sfere d’influenza, mentre l’amministrazione accusata di cinismo respingeva la sfera sovietica su basi morali.
Wallace insisteva anche che l’azione americana richiedesse l’approvazione delle Nazioni Unite, nonostante il veto sovietico, e si opponeva a programmi economici unilaterali come il Piano Marshall. Il suo movimento crollò dopo il colpo in Cecoslovacchia, il blocco di Berlino e l’invasione della Corea del Sud; nelle elezioni presidenziali del 1948 finì molto dietro Truman. Kissinger sostiene tuttavia che i temi di Wallace sopravvissero: equivalenza morale tra America e avversari comunisti, sospetto verso gli alleati americani, fiducia nell’opinione mondiale più che nella geopolitica e affermazione che le imperfezioni americane invalidavano gli impegni esteri. Queste idee sarebbero tornate con forza durante il Vietnam.
Il contenimento fu contestato anche da destra da conservatori come John Foster Dulles, che ne accettavano le premesse ma lo trovavano troppo passivo. Se il comunismo sarebbe infine decaduto, sostenevano, la liberazione avrebbe accelerato il processo e ridotto il costo. Alla fine della presidenza Truman, il contenimento era attaccato come troppo aggressivo dai radicali e troppo passivo dai conservatori. La controversia si intensificò quando le crisi si spostarono verso regioni periferiche, dove le cause erano moralmente miste e le minacce dirette alla sicurezza americana più difficili da mostrare. Corea e Vietnam tennero vivo l’argomento secondo cui il contenimento poteva richiedere sacrifici per scopi ambigui.
Successo, ambiguità e coscienza americana
Il contenimento fu duro nell’analisi dei motivi sovietici e idealistico nell’aspettativa che una resistenza paziente potesse abbattere un avversario totalitario senza conquista. Fu anche astratto nelle sue prescrizioni. Assegnava agli Stati Uniti una missione difensiva globale, ma lasciava alla diplomazia poco ruolo finché il sistema sovietico non fosse cambiato. Formulato all’apice del potere americano, insegnò agli americani a pensare a sé stessi come ancora impegnati a costruire la forza necessaria per un accordo. Preservò la libertà e organizzò la resistenza, ma prolungò anche una diplomazia dell’attesa.
Il costo più profondo fu interno. Nel 1957, persino Kennan aveva cominciato a reinterpretare la sfida sovietica come un appello a correggere le mancanze razziali, urbane, educative e sociali dell’America. Kissinger sostiene che ciò rifletteva il perfezionismo morale incorporato nella dottrina. Un paese che fa dipendere la propria politica estera dalla propria purezza morale non può raggiungere né perfezione né sicurezza. Questa autocritica divenne possibile in parte perché il contenimento aveva già presidiato le difese del mondo libero. Gli Stati Uniti potevano interrogarsi con tanta intensità perché le loro alleanze, i programmi di recupero e le posizioni militari erano diventati forti.
Il contenimento portò infine gli Stati Uniti attraverso più di quattro decenni di costruzione, conflitto e vittoria. Nella visione di Kissinger, i popoli che l’America si era proposta di difendere furono, nel complesso, protetti con successo. La vittima maggiore fu la coscienza americana, tesa dal divario tra rivendicazioni morali universali e i compromessi, i costi e le guerre ambigue necessari per sostenerle. L’America uscì dalla lotta segnata da controversie e dubbi su sé stessa, ma aveva ottenuto quasi tutto ciò che la dottrina si era proposta di realizzare.
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