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Riassunto: Diplomazia di Kissinger - Capitolo 25 - Vietnam: Truman ed Eisenhower

Dettaglio della copertina del libro Diplomacy di Henry Kissinger. L’immagine mostra grandi lettere serif marroni che compongono Henry Kissinger nella metà superiore, una linea orizzontale nera al centro e il titolo Diplomacy in lettere serif rosse sotto, su un semplice fondo bianco, senza persone, stanza, paesaggio o scena storica.

Questo capitolo segue le prime scelte americane che inserirono il Vietnam nella strategia di contenimento della guerra fredda.

Nel 1994, Henry Kissinger pubblicò il libro L'arte della diplomazia. Fu uno stimato studioso e diplomatico che servì come Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato degli Stati Uniti. Il suo libro offre un'ampia panoramica della storia degli affari esteri e dell'arte della diplomazia, con particolare attenzione al XX secolo e al mondo occidentale. Kissinger, noto per il suo allineamento con la scuola realista delle relazioni internazionali, indaga i concetti di equilibrio di potere, ragion di Stato e Realpolitik attraverso diverse epoche.

La sua opera è stata ampiamente lodata per la sua ampiezza e i suoi intricati dettagli. Tuttavia, ha anche affrontato critiche per la sua attenzione agli individui piuttosto che alle forze strutturali, e per presentare una visione riduttiva della storia. Inoltre, i critici hanno sottolineato che il libro si concentra eccessivamente sul ruolo individuale di Kissinger negli eventi, potenzialmente sopravvalutando il suo impatto. In ogni caso, le sue idee meritano considerazione.

Questo articolo presenta un riassunto delle idee di Kissinger contenute nel venticinquesimo capitolo del suo libro, intitolato "Vietnam: Entrata nella palude; Truman ed Eisenhower".

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Universalismo, contenimento e perdita del senso delle proporzioni

Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti avevano ottenuto risultati notevoli collegando i propri valori a compiti strategici concreti. Aiutarono a ricostruire l’Europa occidentale, restaurarono il Giappone, resistettero alla pressione comunista in Grecia, Turchia, Berlino e Corea, crearono alleanze in tempo di pace ed estesero l’assistenza tecnica ai paesi in via di sviluppo. In quei contesti, gli ideali americani sembravano rafforzare gli interessi americani e confermare il ruolo eccezionale del paese.

L’Indocina spezzò quel modello. Il dibattito sul Vietnam divenne più di una disputa su tattica o strategia: la politica era stata giustificata con il linguaggio della virtù nazionale. Gli americani arrivarono a mettere in discussione le proprie scelte e anche il valore morale del ruolo internazionale del loro paese. Per Kissinger, il Vietnam produsse ferite durature facendo apparire separati i valori americani dai successi americani.

La critica di fondo di Kissinger è che i leader americani persero di vista la proporzionalità. Un’analisi geopolitica tradizionale avrebbe distinto fra interessi centrali e interessi periferici. Avrebbe chiesto perché gli Stati Uniti accettarono come un fatto la conquista comunista della Cina. Avrebbe poi chiesto perché trattarono il destino di un paese più piccolo, a lungo soggetto al dominio francese e appena definito entro confini incerti, come una prova di sicurezza mondiale. La tradizione wilsoniana scoraggiava quel tipo di gerarchia. Se la libertà era indivisibile, le distinzioni tra paesi minacciati sembravano moralmente sospette.

Questa abitudine mentale apparve nel linguaggio pubblico dei presidenti successivi. Truman presentò il potere americano come sostegno disinteressato alle nazioni amanti della libertà. Eisenhower descrisse la difesa della libertà come un dovere verso tutti i popoli. Kennedy promise di sostenere qualsiasi peso per la libertà, mentre Johnson trattò problemi lontani come inseparabili dal patto morale americano. In questa prospettiva, Kissinger respinge la lettura successiva secondo cui quel linguaggio copriva soltanto il dominio. Vi vede una fede politica la cui ingenuità poteva ispirare sia uno sforzo nobile sia una pericolosa estensione degli impegni.

La generazione che plasmò la prima politica sul Vietnam aveva anche assorbito la lezione di Monaco. Per quei leader, non resistere presto all’aggressione significava affrontarla più tardi in condizioni peggiori. Di conseguenza, diversi shock furono raggruppati in un unico schema globale: la vittoria comunista in Cina, il colpo di Praga, il blocco di Berlino, il test atomico sovietico e l’attacco contro la Corea del Sud. Le avanzate comuniste furono interpretate meno come sviluppi locali distinti che come parti di un’offensiva diretta centralmente contro il mondo libero.

Questa prospettiva produsse la teoria del domino. Nel febbraio 1950, il NSC 64 descrisse l’Indocina come un’area chiave del Sud-est asiatico sotto minaccia immediata e avvertì che Birmania e Thailandia sarebbero state in pericolo se fosse caduta. Il NSC 68 andò oltre, suggerendo che qualsiasi espansione di territorio dominato dal Cremlino poteva impedire la formazione di una coalizione sufficiente contro Mosca. Kissinger sostiene che queste affermazioni trattavano ogni successo comunista come un’estensione della potenza sovietica, nonostante la rottura di Tito con Stalin e la diffidenza storica tra Mosca, Pechino e Hanoi.

Allo stesso tempo, Kissinger non liquida la teoria del domino come assurda nel suo contesto iniziale. Il comunismo possedeva ancora slancio ideologico, molti Stati postcoloniali erano fragili e insurrezioni come la guerriglia comunista in Malesia rendevano plausibile un crollo regionale. Il difetto era che la teoria era indifferenziata. Alcune tessere potevano cadere; per questo motivo la possibilità meritava attenzione, ma non dimostrava che il Vietnam fosse la migliore linea di difesa né che la caduta dell’Indocina avrebbe automaticamente messo in pericolo l’Europa e costretto il Giappone ad adattarsi al comunismo.

Dal principio anticoloniale al sostegno alla Francia

Il problema dell’Indocina differiva moralmente e politicamente dai casi che avevano definito il primo contenimento. La NATO difendeva democrazie consolidate, il Giappone era stato ricostruito sotto occupazione americana e la Corea comportava un attacco aperto oltre una linea riconosciuta. In Indocina, invece, gli Stati Uniti entrarono prima in nome della potenza coloniale francese. Vietnam, Laos e Cambogia erano stati ribattezzati Stati Associati dell’Unione Francese nel 1950. La loro indipendenza restava limitata perché la Francia temeva che una vera sovranità in quella regione incoraggiasse richieste simili in Nordafrica.

L’anticolonialismo americano rese questa posizione imbarazzante fin dall’inizio. Franklin Roosevelt aveva disapprovato il ripristino del dominio coloniale francese e durante la guerra aveva considerato una tutela per l’Indocina. Truman abbandonò questo approccio perché il sostegno francese era necessario all’alleanza atlantica. Nel 1950, il suo governo aveva deciso che l’Indocina doveva essere tenuta fuori dalle mani comuniste. Poiché le forze americane erano impegnate dalla NATO e dalla Corea, Truman e Acheson non vedevano altra alternativa pratica che usare l’esercito francese come strumento del contenimento.

Questa scelta creò lo schema di base del successivo coinvolgimento americano: sostegno sufficiente a rimanere invischiati e insufficiente a determinare il risultato. Washington finanziò e rifornì la guerra francese mentre spingeva la Francia a promettere un’indipendenza futura. Il programma del Dipartimento di Stato si chiamava Operation Eggshell, un nome che coglieva la fragilità dell’accordo meglio di quanto la politica la risolvesse. Gli Stati Uniti volevano che la Francia continuasse a combattere il comunismo e preparasse allo stesso tempo le condizioni che avrebbero reso superflua la sua presenza coloniale. Kissinger sottolinea che nessuno spiegò perché la Francia dovesse sacrificare vite per creare le condizioni della propria partenza.

Acheson vedeva chiaramente il dilemma e lo lasciò irrisolto. Washington affrontava un doppio vincolo: sostenere il colonialismo francese rischiava di compromettere la legittimità nazionalista in Asia, mentre una pressione eccessiva sulla Francia poteva spingerla ad abbandonare la lotta e a consegnare il peso agli Stati Uniti. La politica risultante aumentò gli aiuti allo sforzo francese mentre esortava Francia e Bao Dai a conquistare sostegno nazionalista. Nel 1952, il governo Truman aveva formalizzato un’ampia teoria del domino. Avvertiva che una perdita nel Sud-est asiatico poteva spingere gran parte dell’Asia, e poi il Medio Oriente, verso il comunismo. Il rimedio restava inadeguato, perché la Corea aveva reso inaccettabile un’altra guerra terrestre americana in Asia.

Eisenhower ereditò da Truman sia un programma annuale di assistenza militare di circa 200 milioni di dollari sia una teoria strategica ancora in cerca di una politica praticabile. Il suo governo accettò l’importanza dell’Indocina. Cercò di riconciliare principio anticoloniale e contenimento spingendo la Francia a promettere l’indipendenza con maggiore chiarezza. Nel 1953, Eisenhower chiese ai rappresentanti americani di cercare una leadership francese capace di vincere la guerra e di ripetere che l’indipendenza sarebbe seguita alla vittoria. L’obiettivo era far apparire la guerra meno coloniale e più nazionalista, ma la realtà militare aveva già superato le dichiarazioni riformatrici.

La guerra di guerriglia e la crisi di Dien Bien Phu

La Francia era intrappolata in un tipo di guerra che non comprendeva. Kissinger usa l’esperienza francese per spiegare la difficoltà strutturale del conflitto di guerriglia, difficoltà che gli Stati Uniti avrebbero poi ripetuto. Gli eserciti convenzionali cercano fronti fissi, battaglie decisive e controllo misurabile del territorio. Le guerriglie dipendono dalla mobilità, dal nascondersi tra la popolazione e dalla capacità di scegliere quando e dove combattere. In una guerra di guerriglia, un governo che protegge la popolazione solo per la maggior parte del tempo può comunque perdere, perché l’insicurezza distrugge di per sé la legittimità.

Il vantaggio della guerriglia sta nell’asimmetria degli obiettivi. L’esercito guerrigliero vince evitando una sconfitta decisiva; l’esercito convenzionale perde se non vince in modo decisivo. Lo stallo favorisce quindi l’insorto, che può continuare le operazioni di logoramento mentre le perdite erodono la volontà della potenza esterna. Una controinsurrezione efficace richiede di solito di tagliare le guerriglie dal loro sostegno esterno, come avvenne in Malesia e in Grecia. In Vietnam, i francesi non risolsero questo problema: la concentrazione intorno alle città cedeva le campagne, mentre i movimenti verso le campagne esponevano città e forti.

Questa logica culminò a Dien Bien Phu. La Francia collocò truppe d’élite in un remoto nodo stradale, sperando di attirare il Vietminh in una classica battaglia di logoramento. Kissinger tratta quella decisione come un esempio netto del ragionamento straniero deformato in Vietnam. Se i comunisti ignoravano la posizione, la forza francese sarebbe rimasta bloccata in un luogo marginale. Se l’attaccavano, sarebbe stato perché credevano di poter vincere. La Francia aveva ridotto le sue opzioni all’irrilevanza o alla sconfitta.

Il 13 marzo 1954, il Vietminh attaccò Dien Bien Phu con artiglieria che i francesi non si aspettavano possedesse, in gran parte fornita dalla Cina dopo la guerra di Corea. I forti esterni caddero e la posizione francese iniziò a crollare. Con l’avvicinarsi di una conferenza a Ginevra, la pressione militare comunista si intensificò, costringendo il governo Eisenhower ad affrontare la distanza tra i suoi avvertimenti sull’Indocina e la sua riluttanza a intervenire direttamente.

L’ammiraglio Arthur Radford suggerì che un attacco aereo americano, forse comprendente armi nucleari, poteva salvare Dien Bien Phu. Dulles cercò copertura diplomatica attraverso l’«azione unita», una coalizione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Australia, Nuova Zelanda e Stati Associati dell’Indocina. Eisenhower sostenne l’azione collettiva, ma Kissinger interpreta il suo appoggio come un modo per evitare un intervento unilaterale. Eisenhower sapeva che un solo attacco aereo probabilmente non avrebbe deciso la guerra, che una rappresaglia massiccia contro la Cina sarebbe stata pericolosa e che una lunga guerra terrestre nel Sud-est asiatico era inaccettabile. Inoltre, una coalizione non poteva essere riunita abbastanza in fretta.

La resistenza britannica rese impossibile l’intervento nella pratica. Churchill ed Eden ritenevano che la migliore linea difensiva nel Sud-est asiatico si trovasse intorno alla Malesia, non in Indocina. Churchill temeva che una guerra con la Cina attivasse il patto sino-sovietico ed esponesse la stessa Gran Bretagna a un attacco devastante. Quando il dibattito sull’azione unita ebbe seguito il suo corso, Dien Bien Phu era caduta, il 7 maggio 1954. La sicurezza collettiva era diventata un alibi per l’inazione.

L’episodio rivelò l’incoerenza della politica americana in Vietnam. Se l’Indocina minacciava davvero l’equilibrio globale, gli Stati Uniti avrebbero dovuto agire nonostante l’esitazione alleata. Se la minaccia non giustificava un’azione unilaterale, la retorica del governo aveva esagerato la posta in gioco. La rappresaglia massiccia aggravava la contraddizione, perché colpire la fonte dell’aggressione avrebbe significato guerra con la Cina, anche se la Cina era coinvolta solo indirettamente e la causa restava legata al colonialismo francese. Eisenhower evitò l’intervento perché non esisteva una base militare o morale realistica. Kissinger giudica saggia quella moderazione, ma solo sul piano tattico: le premesse profonde rimasero intatte.

Ginevra, SEATO e la nuova posizione americana

Gli Accordi di Ginevra del luglio 1954 diedero agli Stati Uniti un risultato migliore di quanto la situazione sul campo di battaglia sembrasse permettere. Poiché Cina e Unione Sovietica temevano entrambe un intervento americano, le minacce implicite di Dulles contribuirono a plasmare l’accordo. Il Vietnam fu diviso lungo il 17° parallelo, ufficialmente come disposizione amministrativa per raggruppare le forze militari e non come confine politico permanente. Le elezioni dovevano svolgersi entro due anni, le forze esterne dovevano lasciare l’Indocina entro 300 giorni, e basi straniere e alleanze erano vietate.

Gli accordi erano però meno formali e vincolanti di quanto suggerisca questo elenco. Consistevano in dichiarazioni e disposizioni di cessate il fuoco, non in un trattato con obblighi collettivi. Kissinger sottolinea che l’ambiguità non dimostrava necessariamente confusione o malafede; spesso rifletteva i limiti di ciò che le parti potevano risolvere. Nel 1954, il risultato fu uno stallo instabile. Mosca evitava il confronto dopo la morte di Stalin, e la Cina non voleva un’altra guerra con gli Stati Uniti dopo la Corea. La Francia si ritirava, gli Stati Uniti mancavano di sostegno pubblico e di strategia d’intervento, e i comunisti vietnamiti avevano ancora bisogno di rifornimenti esterni.

Nessuna delle parti abbandonò i propri obiettivi fondamentali. Il governo Eisenhower credeva ancora che l’Indocina fosse centrale per l’equilibrio asiatico. Il Vietnam del Nord cercava ancora di unificare l’Indocina sotto il dominio comunista. L’Unione Sovietica proclamava ancora il proprio impegno verso la lotta internazionale di classe. La Cina restava ideologicamente radicale, anche se prove successive avrebbero mostrato che la sua politica era filtrata anche dall’interesse nazionale e dalla diffidenza verso un Vietnam potente al suo confine meridionale.

Dulles dovette manovrare entro questi vincoli. Avrebbe preferito il ritiro completo delle forze comuniste dall’Indocina, ma Ginevra poteva soltanto legittimare il controllo comunista nel Nord. Gli Stati Uniti cercarono di essere presenti e assenti allo stesso tempo, abbastanza vicini da difendere i propri principi e abbastanza lontani da evitare la responsabilità di un compromesso che disapprovavano. La loro dichiarazione finale si limitò a «prendere nota» degli accordi, a promettere di non disturbarli con la forza e ad avvertire contro una nuova aggressione. Kissinger tratta questo come straordinario: gli Stati Uniti garantivano di fatto un accordo che rifiutavano di firmare.

Dopo Ginevra, Dulles cercò di impedire la caduta del resto dell’Indocina. La Southeast Asian Treaty Organization, creata nel settembre 1954, comprendeva Stati Uniti, Pakistan, Filippine e Thailandia. Vi aderirono anche Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito e Francia. Le sue debolezze erano evidenti. India, Indonesia, Malesia e Birmania rimasero fuori; gli Accordi di Ginevra impedivano a Laos, Cambogia e Vietnam del Sud di farne parte. Francia e Gran Bretagna avevano poche probabilità di correre grandi rischi per una regione da cui si stavano disimpegnando, e forse aderirono in parte per contenere un’azione americana avventata.

La SEATO non aveva il meccanismo chiaro né lo scopo politico condiviso della NATO. I suoi membri dovevano rispondere al pericolo comune attraverso le proprie procedure costituzionali. Il trattato lasciava quel pericolo impreciso e non creava una struttura efficace d’azione. Tuttavia, servì allo scopo di Dulles dando agli Stati Uniti un quadro giuridico per difendere l’Indocina. Un protocollo separato identificava le minacce contro Laos, Cambogia e Vietnam del Sud come pericoli per i firmatari. In pratica, Washington era passata dal sostegno alla guerra coloniale francese alla costruzione di una garanzia unilaterale per i resti non comunisti dell’Indocina.

Diem, costruzione nazionale e limiti della democrazia importata

Tutto dipendeva ormai dalla capacità del Vietnam del Sud di diventare una nazione funzionante. Kissinger sottolinea la fragilità di questo progetto. Il Vietnam non era mai stato governato prima come unità politica moderna entro i suoi confini esistenti. I francesi lo avevano diviso in Tonchino, Annam e Cocincina, con centri separati ad Hanoi, Hue e Saigon. Nel Sud, l’autorità poggiava su funzionari formati dai francesi e su sette o società segrete autonome che si finanziavano estraendo risorse dalla popolazione.

Ngo Dinh Diem apparve a Washington come un leader nazionalista plausibile. Cattolico proveniente da una famiglia mandarinale legata alla corte imperiale di Hue, aveva servito brevemente nell’amministrazione coloniale, si era dimesso dopo il rifiuto francese delle sue riforme e aveva passato anni in esilio o all’estero. Aveva rifiutato di collaborare con i giapponesi, i comunisti o i governi vietnamiti sponsorizzati dalla Francia. Per Dulles era «l’unico cavallo disponibile», e la lettera di Eisenhower dell’ottobre 1954 promise aiuti per riforme che avrebbero creato un governo forte, indipendente e sensibile alle aspirazioni nazionaliste.

Kissinger tratta le speranze americane riposte in Diem come comprensibili, ma culturalmente ingenue. I leader dei movimenti d’indipendenza possiedono spesso una determinazione eroica, non un temperamento democratico. La visione di Diem era inoltre radicata in una tradizione politica confuciana. Valorizzava gerarchia, virtù, educazione, lealtà familiare e autorità più della competizione aperta tra rivendicazioni politiche uguali. Il pluralismo democratico presuppone che la verità possa emergere dallo scontro di opinioni; la tradizione di Diem presupponeva che il buon governo derivasse da virtù e discernimento. Questo gli rendeva difficile accettare un’opposizione legittima.

Per diversi anni, tuttavia, Diem sembrò giustificare la fiducia americana. Alla fine della presidenza Eisenhower, il Vietnam del Sud aveva ricevuto più di un miliardo di dollari in aiuti americani. Circa 1.500 membri del personale americano erano stanziati lì, e l’ambasciata di Saigon era diventata una delle maggiori missioni americane nel mondo. Con un ampio sostegno dell’intelligence americana, Diem sconfisse le sette, stabilizzò l’economia e impose il controllo centrale. Osservatori americani lo lodarono come autentico nazionalista e trattarono il Vietnam del Sud sia come chiave della sicurezza del Sud-est asiatico sia come banco di prova per la democrazia in Asia.

Il risultato era reale, ma fragile. Nel racconto di Kissinger, gli Stati Uniti scambiarono una pausa nella pressione comunista per un consolidamento duraturo. La loro supposizione che la democrazia in stile americano potesse essere esportata facilmente ignorava le condizioni che avevano permesso al pluralismo di funzionare in Occidente. L’opposizione politica è tollerabile dove esistono una società coesa e forti istituzioni civili. Dove la nazione stessa è ancora in costruzione, l’opposizione può sembrare tradimento, soprattutto sotto attacco guerrigliero. Questa tendenza si acuì perché l’insurrezione mirava a impedire il consolidamento istituzionale.

Nel 1959, l’attività guerrigliera si intensificò, e nel 1960 circa 2.500 funzionari sudvietnamiti venivano assassinati ogni anno. Gli insorti prendevano di mira sia funzionari corrotti sia funzionari efficaci: i primi per guadagnare simpatia punendo gli abusi, i secondi per impedire al governo di acquisire legittimità. Questo mise Diem in una corsa diseguale. Anche un riformatore modellato sulle aspettative americane avrebbe faticato a costruire istituzioni più rapidamente di quanto le guerriglie potessero creare insicurezza. Diem non era quel riformatore. Governava come un mandarino che credeva che la legittimità venisse dal successo e dalla virtù, non dall’opposizione tollerata.

Il lato militare ripeté lo stesso schema. I consiglieri americani costruirono l’esercito sudvietnamita a immagine dell’esercito degli Stati Uniti, la cui dottrina era stata pensata per il combattimento convenzionale in Europa e rafforzata dalla Corea. Il Vietnam presentava un’altra guerra: niente linee del fronte stabili, nessun nemico costretto a difendere una posizione vitale e nessuna distinzione chiara tra campo di battaglia e popolazione. Logoramento, potenza di fuoco, meccanizzazione e mobilità si adattavano male a quell’ambiente. Le guerriglie potevano rifiutare le battaglie che richiedevano di tenere qualcosa di importante, mentre le divisioni meccanizzate rischiavano di diventare irrilevanti nella lotta politica per villaggi, sicurezza e legittimità.

I dilemmi irrisolti lasciati da Eisenhower

Alla fine della presidenza Eisenhower, il problema militare non aveva ancora costretto all’escalation americana. Hanoi aveva appena iniziato a intensificare la guerra di guerriglia, e il sistema di rifornimento poi noto come Sentiero di Ho Chi Minh si stava ancora sviluppando attraverso il Laos. Per Eisenhower, il Laos divenne la preoccupazione immediata. Riteneva che la sua caduta avrebbe probabilmente innescato il crollo di Cambogia, Vietnam del Sud, Thailandia e Birmania. Durante la transizione a Kennedy, raccomandò di difendere il Laos ed era disposto a combattere con alleati o senza.

Anche allora, secondo Kissinger, il coinvolgimento americano restava al di sotto del punto in cui la credibilità avrebbe reso il ritiro quasi impossibile. L’impegno conservava ancora qualche rapporto con la sicurezza regionale. Eppure il quadro intellettuale si era irrigidito. La teoria del domino era diventata saggezza convenzionale, e il suo problema centrale restava la mancanza di discriminazione. La domanda decisiva era se il 17° parallelo fosse il luogo giusto per resistere al comunismo e se un’altra linea potesse essere tracciata in una posizione più solida.

I leader americani non esaminarono quella domanda con attenzione; le loro premesse morali e storiche li spingevano in un’altra direzione. Monaco insegnava loro che il ripiegamento invitava un pericolo maggiore. L’universalismo wilsoniano impediva loro di classificare i paesi minacciati secondo l’opportunità strategica. Difendevano il coinvolgimento americano come questione di principio per la sincera convinzione che gli Stati Uniti avessero un dovere speciale di sostenere la libertà. Questa convinzione li rendeva più inclini a difendere un paese per confermare un principio che per richiesta di un calcolo preciso dell’interesse nazionale.

Scegliendo il Vietnam come luogo in cui tracciare la linea, gli Stati Uniti lasciarono a Kennedy e Johnson due domande irrisolte. Se la riforma politica era la via per sconfiggere le guerriglie, la crescita del potere insorto significava che i consigli americani erano stati applicati male o che erano irrilevanti per le condizioni vietnamite? Se il Vietnam del Sud era essenziale per l’equilibrio mondiale, la necessità geopolitica avrebbe costretto gli Stati Uniti a farsi carico di una guerra a dodicimila chilometri da casa? Eisenhower evitò il passo finale, ma le premesse, le garanzie e il linguaggio morale del suo periodo resero quel passo sempre più pensabile.


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