
Copertina di Diplomacy di Henry Kissinger, usata come immagine condivisa per questa serie di riassunti.
Nel 1994, Henry Kissinger pubblicò il libro L'arte della diplomazia. Fu uno stimato studioso e diplomatico che servì come Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato degli Stati Uniti. Il suo libro offre un'ampia panoramica della storia degli affari esteri e dell'arte della diplomazia, con particolare attenzione al XX secolo e al mondo occidentale. Kissinger, noto per il suo allineamento con la scuola realista delle relazioni internazionali, indaga i concetti di equilibrio di potere, ragion di Stato e Realpolitik attraverso diverse epoche.
La sua opera è stata ampiamente lodata per la sua ampiezza e i suoi intricati dettagli. Tuttavia, ha anche affrontato critiche per la sua attenzione agli individui piuttosto che alle forze strutturali, e per presentare una visione riduttiva della storia. Inoltre, i critici hanno sottolineato che il libro si concentra eccessivamente sul ruolo individuale di Kissinger negli eventi, potenzialmente sopravvalutando il suo impatto. In ogni caso, le sue idee meritano considerazione.
Questo articolo presenta un riassunto delle idee di Kissinger contenute nel ventiseiesimo capitolo del suo libro, intitolato "Vietnam: Sulla strada della disperazione; Kennedy e Johnson".
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L’eredità di Kennedy e la nuova prova della guerriglia
Kennedy fu il terzo presidente americano consecutivo costretto ad affrontare l’Indocina, e partì da presupposti già condivisi da Truman ed Eisenhower. Il Vietnam del Sud era trattato come un anello cruciale della posizione mondiale degli Stati Uniti. Impedire una vittoria comunista lì era considerato un interesse vitale americano, e Hanoi era vista come parte di una strategia comunista più ampia. Kennedy quindi non rovesciò il contenimento. Accettò la premessa che difendere il Vietnam del Sud contasse per la credibilità americana in Asia e per l’equilibrio della Guerra fredda.
La differenza stava nel modo in cui la squadra di Kennedy capiva il pericolo. Eisenhower aveva visto il Vietnam soprattutto come un conflitto tra Vietnam del Nord e Vietnam del Sud. I consiglieri di Kennedy vedevano la campagna vietcong come una quasi guerra civile plasmata da tattiche di guerriglia, sovversione e istituzioni locali deboli. La loro risposta preferita non era il combattimento americano immediato, ma la costruzione di uno Stato sudvietnamita più forte attraverso riforma, sviluppo, consulenza e addestramento militare.
Questa interpretazione diede al Vietnam un ruolo simbolico più ampio. I consiglieri di Kennedy credevano che lo stallo nucleare rendesse impensabile una guerra generale e che una postura militare americana più forte potesse dissuadere guerre limitate convenzionali come quella di Corea. Una volta che quelle possibilità sembrarono bloccate, il sostegno comunista alle «guerre di liberazione nazionale» apparve come la principale sfida rimasta. Kennedy trattò quindi la controguerriglia come la prova centrale della capacità degli Stati Uniti di fermare ancora l’espansione comunista.
Kissinger sostiene che questo giudizio poggiava in parte su una lettura errata della retorica comunista. L’elogio di Krusciov alle guerre di liberazione nazionale nel gennaio 1961 fu interpretato da Kennedy come prova di ambizioni sovietiche e cinesi di dominio mondiale. Kissinger lo legge invece soprattutto come un messaggio diretto a Pechino, dove i comunisti cinesi attaccavano le credenziali rivoluzionarie di Krusciov. Una lettura simile avvenne nel 1965, quando il manifesto di Lin Piao sulla «guerra popolare» fu trattato come indizio di una possibile intervento cinese. Kissinger sottolinea invece l’accento di Lin sull’autosufficienza rivoluzionaria e l’indicazione di Mao secondo cui gli eserciti cinesi non sarebbero andati all’estero salvo che la Cina stessa fosse attaccata.
Questi presupposti trasformarono il Vietnam, da arena della Guerra fredda, in un campo di battaglia simbolico decisivo. Dopo il difficile incontro di Kennedy con Krusciov a Vienna nel giugno 1961, il Vietnam sembrò il luogo in cui restaurare la credibilità della potenza americana. La questione divenne se gli Stati Uniti potessero provare che la guerra rivoluzionaria non avrebbe sconfitto un governo sostenuto dagli americani.
Il Laos e la porta strategica lasciata aperta
Kissinger tratta la crisi del Laos come il primo grande punto di svolta nel cammino di Kennedy verso il Vietnam. Il Vietnam del Nord aveva lanciato la sua guerra di guerriglia nel Sud nel 1959, e quella decisione rese il Laos strategicamente indispensabile. Se Hanoi avesse inviato uomini e rifornimenti attraverso la zona demilitarizzata al 17° parallelo, le forze sudvietnamite con sostegno americano avrebbero potuto tentare di bloccare la rotta. Un attacco aperto avrebbe anche rischiato un intervento americano o della SEATO. Hanoi usò quindi il Laos neutrale, e poi la Cambogia, come corridoi di infiltrazione verso il Vietnam del Sud.
Questa scelta violava la neutralità del Laos e della Cambogia, garantita dagli Accordi di Ginevra del 1954 e riaffermata attraverso gli accordi della SEATO. Eppure Hanoi rese efficace la violazione. Nel racconto di Kissinger, annesse di fatto il panhandle laotiano per scopi militari e creò aree di base lì e in Cambogia. Seguì una strana inversione diplomatica: l’infiltrazione nordvietnamita attraverso territorio neutrale fu trattata come parte del conflitto, mentre i tentativi americani e sudvietnamiti di interrompere quella rete furono denunciati come estensioni della guerra.
Il panhandle laotiano diede a Hanoi circa 1.050 chilometri di rotte coperte dalla giungla lungo i confini del Vietnam del Sud. Più di 6.000 soldati nordvietnamiti entrarono in Laos nel 1959, ufficialmente per sostenere il Pathet Lao, ma in pratica per assicurare quella che divenne la pista di Ho Chi Minh. Eisenhower capì il significato militare e disse a Kennedy che la difesa del Vietnam del Sud doveva cominciare in Laos. Kennedy inizialmente avvertì che la sicurezza del Sud-est asiatico dipendeva da un Laos realmente neutrale, ma dopo la Baia dei Porci e nel pieno della crisi di Berlino scelse la negoziazione invece dell’intervento.
Una volta che Washington rimosse la minaccia d’intervento, i negoziati potevano solo ratificare i fatti creati da Hanoi. Il Vietnam del Nord ritardò i colloqui mentre migliorava il proprio sistema logistico. Kennedy inviò Marines in Thailandia nel maggio 1962, contribuendo a produrre un accordo di neutralità che imponeva a truppe e consiglieri stranieri di lasciare il Laos attraverso posti di controllo internazionali. Il personale americano e thailandese rispettò l’accordo. Dei migliaia di soldati nordvietnamiti in Laos, solo quaranta uscirono attraverso i posti di controllo, mentre Hanoi negava che gli altri fossero presenti.
Kissinger giudica che Eisenhower avesse ragione. Se l’Indocina era davvero la chiave della sicurezza americana nel Pacifico, il Laos era probabilmente il luogo migliore, e forse l’unico, per difenderla. Le truppe nordvietnamite lì sarebbero apparse come occupanti stranieri, mentre gli Stati Uniti avrebbero potuto combattere una campagna più convenzionale. Questa logica strategica, però, non si adattava al caso interno che Washington aveva costruito per un decennio. I leader americani avevano presentato il Vietnam stesso come l’anello cruciale del sistema difensivo asiatico, e ridefinire il remoto Laos come cardine della teoria del domino sarebbe stato politicamente difficile da difendere.
Il risultato fu una contraddizione strategica. I consiglieri di Kennedy decisero che l’Indocina doveva essere difesa nel Vietnam del Sud, dove l’aggressione comunista era intelligibile agli americani, anche se la loro decisione sul Laos rendeva quella difesa molto più difficile. La Cambogia aggravò presto il problema quando il principe Sihanouk tollerò basi comuniste lungo il confine sudvietnamita. Se quei santuari venivano lasciati indisturbati, le forze nordvietnamite potevano attaccare e ritirarsi al sicuro. Se venivano attaccati, Washington e Saigon sarebbero state condannate per violazione della neutralità.
Costruzione nazionale come contenimento
Kennedy aveva a lungo sostenuto che la forza da sola non poteva fermare il comunismo in Indocina. Già nel 1951 aveva sottolineato che una forza politica nativa non comunista era essenziale, e alla fine degli anni Cinquanta accettava che il Vietnam fosse diventato una prova cruciale della politica americana. Il suo contributo distintivo fu la convinzione che la vittima dell’aggressione dovesse essere rafforzata dall’interno. Questa convinzione produsse il vocabolario moderno della costruzione nazionale.
Kissinger sottolinea lo sfasamento tra il tempo politico e quello militare. Nell’Europa del dopoguerra, gli Stati Uniti avevano aiutato società con istituzioni consolidate e tradizioni politiche. Il Vietnam del Sud era un nuovo Stato senza fondamenta comparabili. Costruire lì una democrazia stabile avrebbe richiesto decenni, mentre la minaccia guerrigliera era immediata. Washington doveva quindi scegliere tra modificare le proprie ambizioni democratiche e modificare l’obiettivo militare di impedire rapidamente una vittoria comunista. Cercò di perseguire entrambi.
Il primo grande passo fu la missione del vicepresidente Johnson a Saigon nel maggio 1961, che Kissinger tratta come segno che le decisioni erano già state prese. Prima che Johnson partisse, Kennedy avvertì il senatore Fulbright che truppe americane potevano essere necessarie in Vietnam e in Thailandia. Fulbright promise sostegno se i paesi avessero chiesto aiuto, una risposta che Kissinger presenta come tipicamente americana perché si concentrava sulla posizione legale e morale più che sul duro interesse nazionale. L’11 maggio 1961, una direttiva del Consiglio di sicurezza nazionale legò il contenimento alla creazione di un Vietnam del Sud vitale e sempre più democratico.
Il rapporto di Johnson rifletteva la premessa della costruzione nazionale. Descrisse fame, ignoranza, povertà e malattia come i maggiori pericoli dell’Indocina, definì Diem ammirevole ma distante dal suo popolo e concluse che gli Stati Uniti dovevano sostenere Diem o ritirarsi. Ciò che non spiegò fu come gli Stati Uniti potessero curare arretratezza sociale ed economica abbastanza in fretta da sconfiggere un movimento guerrigliero. Nell’autunno 1961, dopo mesi di distrazione causati da Berlino, la situazione della sicurezza era peggiorata al punto da richiedere qualche forma di intervento militare americano.
Il generale Maxwell Taylor e Walt Rostow raccomandarono allora una grande espansione del ruolo consultivo, inclusa una forza logistica militare di 8.000 uomini ufficialmente legata al soccorso per le inondazioni, ma capace di appoggio al combattimento. Kissinger vede la proposta come un compromesso tra funzionari che volevano restare nel ruolo di consulenti e quelli che favorivano truppe da combattimento. Le stime mostravano già il pericolo. William Bundy pensava che fino a 40.000 soldati da combattimento potessero avere il 70% di possibilità di «fermare le cose», mentre McNamara e i capi di Stato maggiore stimavano che 205.000 uomini potessero essere necessari se Hanoi e Pechino fossero intervenute apertamente. La prima cifra implicava stallo, e la seconda risultò poi inferiore alla forza impegnata contro la sola Hanoi.
Kennedy respinse negoziati che avrebbero significato abbandonare il Vietnam del Sud, sostenendo nel novembre 1961 che la determinazione americana sarebbe stata giudicata su entrambi i lati della cortina di ferro. Se la negoziazione era respinta, evitare un impegno senza fine richiedeva che Hanoi arretrasse. Kissinger sostiene che solo un rinforzo massiccio, se qualcosa poteva riuscire, forse avrebbe prodotto quel risultato. Invece, Washington scelse l’escalation graduale. Pensata per mantenere l’azione militare sotto controllo politico, la risposta graduata poteva avere senso nella strategia nucleare. Nella guerra di guerriglia, rischiava di segnalare inibizione più che risolutezza.
Hanoi era particolarmente improbabile da scoraggiare con tali segnali. Kissinger presenta i suoi leader come rivoluzionari temprati che avevano sopportato prigione, guerra e privazioni per creare un Vietnam comunista unito. Non ammiravano la democrazia né cercavano costruzione pacifica nei termini americani. Il confronto con la Malesia mostrava la scala del problema: la Gran Bretagna aveva avuto bisogno di tredici anni e grandi forze per sconfiggere un movimento guerrigliero molto più piccolo e con scarso sostegno esterno. Il Vietnam era molto più difficile perché le guerriglie erano più grandi, il Vietnam del Nord serviva da retrovia sicura e i santuari correvano lungo i confini.
Al momento dell’assassinio di Kennedy, la presenza americana era cresciuta da circa 900 militari a più di 16.000, mentre la situazione militare non era migliorata in modo significativo. Più Washington ampliava il proprio ruolo, più premeva su Saigon per la riforma politica. Questo creò un circolo vizioso. La violenza guerrigliera peggiorava l’insicurezza, l’insicurezza rendeva Saigon più coercitiva e la coercizione di Saigon rafforzava la pressione americana per la riforma. Hanoi poteva intensificare la guerra in modi che facevano apparire meno legittimo il governo sudvietnamita e più intrusivo l’alleato americano.
Diem, riforma e colpo di Stato
Kissinger presenta la campagna americana per la riforma come radicata in presupposti wilsoniani. L’amministrazione Kennedy credeva che le idee americane su democrazia e governo potessero essere trasferite in Vietnam e che una leadership più democratica a Saigon avrebbe reso la guerra più facile da vincere. Eppure anche un leader meno plasmato da abitudini mandarinali di Ngo Dinh Diem avrebbe faticato a costruire pluralismo durante una guerra di guerriglia in una società divisa per regione, setta e clan. Il divario di credibilità nacque meno da inganno deliberato che dall’autoinganno americano sulla facilità di esportare istituzioni familiari.
Washington condizionò più volte l’aumento degli aiuti alle riforme, ma Diem resistette a un ruolo consultivo americano in tutto il suo governo. Kissinger osserva che i leader delle lotte d’indipendenza raramente accettano facilmente la tutela. Alla fine del 1962, il senatore Mansfield concluse che il governo Diem si era allontanato ulteriormente dalla ricettività popolare. Quel giudizio era in larga misura corretto, ma Kissinger insiste sul fatto che i fallimenti di Diem, il divario culturale e la guerra di guerriglia si rafforzavano a vicenda.
La rottura finale arrivò con la crisi buddista del 1963. Il governo di Diem proibì bandiere religiose e politiche, e l’8 maggio le truppe spararono su manifestanti buddisti a Hue, uccidendo diverse persone. I buddisti avevano rivendicazioni reali e ottennero attenzione internazionale, anche se Kissinger sostiene che il conflitto riguardasse più il potere che la democrazia. Washington spinse Diem al compromesso e chiese la rimozione di suo fratello Ngo Dinh Nhu, che controllava le forze di sicurezza. Diem vide la richiesta come un tentativo di privarlo della protezione. Quando gli agenti di Nhu attaccarono pagode il 21 agosto e arrestarono circa 1.400 monaci, la frattura divenne definitiva.
Il 24 agosto, l’ambasciatore Henry Cabot Lodge ricevette istruzioni di chiedere la rimozione di Nhu e avvertire che lo stesso Diem poteva non essere preservato se avesse rifiutato. Ai generali sudvietnamiti fu detto che gli aiuti americani futuri dipendevano dalla rimozione di Nhu e che gli Stati Uniti li avrebbero sostenuti durante qualsiasi temporaneo collasso dell’autorità centrale. Essi compresero il messaggio come autorizzazione a un colpo di Stato. Il 1° novembre 1963 rovesciarono Diem e uccisero sia Diem sia Nhu.
Per Kissinger, il colpo di Stato bloccò l’America in Vietnam. La guerra rivoluzionaria è una lotta per la legittimità, e aiutando a rimuovere Diem, Washington consegnò a Hanoi uno dei suoi obiettivi centrali. L’autorità di Diem era stata personale e gerarchica, arrivando fino al livello del villaggio. Una volta scomparso, l’autorità dovette essere ricostruita dal basso. I suoi successori mancavano del suo prestigio nazionalista e del suo seguito politico, e il Vietnam del Sud entrò in un ciclo di colpi di Stato. Nel solo 1964 si verificarono altri sette cambi di governo. La domanda pratica divenne meno come trovare un regime che l’America potesse sostenere che trovarne uno disposto a sostenere l’America nella prosecuzione della lotta.
Hanoi sfruttò rapidamente l’apertura. Nel dicembre 1963, il Comitato centrale del Partito comunista decise di rafforzare le unità guerrigliere, accelerare l’infiltrazione e introdurre forze regolari nordvietnamite. La 325ª divisione nordvietnamita cominciò presto a muoversi verso sud. Prima del colpo di Stato, molti infiltrati erano meridionali raggruppati al Nord dopo il 1954. Dopo, i settentrionali divennero sempre più dominanti. Con l’ingresso di forze regolari nordvietnamite nella lotta, entrambe le parti superarono una soglia.
L’eredità di Johnson e la svolta verso le mezze misure
L’assassinio di Kennedy lasciò a Johnson una guerra in deterioramento e uno Stato sudvietnamita indebolito. Johnson interpretò l’introduzione di unità regolari nordvietnamite come aggressione classica, ma Washington non aveva ancora una strategia portata alla sua conclusione logica. McNamara riferì nel dicembre 1963 che la situazione della sicurezza era profondamente preoccupante. La scelta implicita da anni non poteva più essere evitata: drammatica escalation militare o collasso del Vietnam del Sud.
Kissinger sostiene che l’ultimo momento per ritirarsi a un costo tollerabile, anche se già pesante, arrivò poco prima o poco dopo il rovesciamento di Diem. Kennedy aveva avuto ragione nel dire che l’America non poteva vincere con Diem, ma Johnson ingannò se stesso credendo di poter vincere con i successori di Diem. Se Washington avesse lasciato che Diem crollasse da solo, o non avesse bloccato i negoziati che si sospettava stesse considerando con Hanoi, il disimpegno sarebbe forse stato più facile. Il problema più profondo era che l’America non accettava il probabile esito comunista né affrontava tutte le implicazioni dell’impedirlo.
Il dibattito su se Kennedy si sarebbe ritirato dopo le elezioni del 1964 resta irrisolto nel trattamento di Kissinger. Ogni rinforzo rendeva il ritiro più doloroso e l’impegno più probabile. La posizione di Johnson era più difficile perché il disimpegno gli avrebbe imposto di ripudiare l’apparente politica di un predecessore martirizzato. La maggior parte dei consiglieri di Kennedy lo spinse a continuare, con George Ball come grande eccezione. Anche una rivalutazione sistematica avrebbe forse lasciato invariato il risultato, perché funzionari come McNamara e Bundy erano analisti abili, ma mancavano di criteri per giudicare una guerra così diversa dall’esperienza americana.
L’argomento geopolitico originale era che perdere il Vietnam poteva indebolire l’Asia non comunista e spingere il Giappone verso un accomodamento con il comunismo. In quei termini, gli Stati Uniti difendevano se stessi indipendentemente dal fatto che il Vietnam del Sud fosse democratico. Questo argomento, però, era troppo apertamente orientato alla potenza per la cultura politica americana. Fu superato dall’idealismo wilsoniano, che richiedeva agli Stati Uniti di sconfiggere un movimento guerrigliero con basi esterne sicure e insieme democratizzare una società con poca tradizione di politica pluralista.
L’incidente del Golfo del Tonchino nell’agosto 1964 e la successiva risoluzione del Senato non crearono l’impegno, secondo Kissinger. La presentazione dei fatti fu incompleta, e la controversia successiva sul cacciatorpediniere Maddox danneggiò la legittimità della guerra. Tuttavia, la risoluzione fu solo un passo su una strada che i principali funzionari stavano già percorrendo. Nel febbraio 1965, l’attacco contro consiglieri americani a Pleiku innescò rappresaglie contro il Vietnam del Nord, che divennero la campagna di bombardamento Rolling Thunder. Nel luglio 1965, unità da combattimento americane erano impegnate. La presenza di truppe raggiunse infine 543.000 uomini all’inizio del 1969.
La critica di Kissinger è che una nazione non dovrebbe mandare mezzo milione di giovani in una guerra lontana senza una valutazione realistica di obiettivi, costi e strategia. Washington non avrebbe dovuto rischiare la propria posizione internazionale e la propria unità interna su presupposti non verificati. Avrebbe dovuto chiedersi se democrazia e vittoria militare potessero essere raggiunte insieme, e se i benefici giustificassero i costi. Invece, presuppose risposte affermative ed entrò in una guerra in cui i mezzi erano troppo limitati per gli obiettivi, mentre gli obiettivi potevano essere raggiunti, se mai, solo con rischi che Washington rifiutava di correre.
Logoramento, bombardamenti e calcolo di Hanoi
Kissinger identifica due strategie possibili per una guerra di guerriglia. Una era difensiva: proteggere abbastanza popolazione in modo così completo che le guerriglie non potessero costruire una base politica coerente. L’idea di Maxwell Taylor degli enclavi sicuri si avvicinava a questo approccio. L’altra era offensiva contro obiettivi che le guerriglie dovevano difendere: santuari, depositi di rifornimenti, porti e rotte come la pista di Ho Chi Minh. L’interdizione terrestre della pista e il blocco del Vietnam del Nord e dei porti cambogiani avrebbero forse imposto una guerra di logoramento più rapida e un esito negoziato.
La strategia adottata fu invece nessuna delle due. Gli Stati Uniti perseguirono l’obiettivo impossibile di creare sicurezza completa in tutto il Vietnam del Sud, usando operazioni di ricerca e distruzione per logorare guerriglie che disponevano di linee di rifornimento esterne e santuari. Il logoramento non poteva funzionare quando il nemico poteva decidere quando e dove combattere. I bombardamenti sul Vietnam del Nord causarono dolore, ma non paralizzarono un sistema di trasporto rudimentale senza un singolo bersaglio decisivo. Finché la guerra restava confinata soprattutto al Vietnam del Sud e produceva pesanti perdite americane, lo stallo favoriva Hanoi.
Johnson respinse l’allargamento della guerra oltre il Vietnam del Sud. Temeva l’intervento cinese, voleva preservare la possibilità di migliori relazioni con l’Unione Sovietica e aveva bisogno di consenso interno per la Great Society. Kissinger sostiene che Washington lesse la Cina in direzione opposta rispetto alla Corea. In Corea, ignorò gli avvertimenti cinesi e avanzò verso lo Yalu, provocando l’intervento. In Vietnam, ignorò i segnali cinesi secondo cui la Cina non avrebbe inviato eserciti all’estero salvo se attaccata, e quindi respinse la strategia più ampia che forse avrebbe portato alla vittoria.
La spiegazione pubblica di Johnson rifletteva presupposti americani tradizionali. Insisteva che gli Stati Uniti non cercavano di distruggere il Vietnam del Nord, cambiare il suo governo o stabilire basi permanenti. Volevano far smettere ad Hanoi di attaccare i vicini, provare che una guerra di guerriglia sostenuta dall’esterno non poteva riuscire e raggiungere una pace onorevole una volta che il Vietnam del Nord avesse abbandonato la forza. Kissinger non tratta queste dichiarazioni come ciniche. Johnson ripeteva convinzioni americane familiari su moderazione, reciprocità e soluzione pacifica. Il problema era che i leader di Hanoi trovavano irrilevanti tali rassicurazioni. Avevano passato la vita a combattere per l’unificazione comunista e non desideravano diventare un partito tra gli altri nel Sud.
Questa differenza plasmò la diplomazia. Johnson era ansioso di negoziare, ma la sua ansia divenne controproducente. Ordinò ripetute pause nei bombardamenti e mostrò a Hanoi che gli Stati Uniti avrebbero pagato un prezzo d’ingresso per i colloqui anche senza concessioni reciproche. Agli occhi dei critici americani, lo stallo diplomatico sembrò sempre più colpa di Johnson. Per Kissinger, il vero ostacolo era che Hanoi avrebbe accettato un compromesso solo se prima fosse stata resa troppo debole per vincere. In questo senso, gli Stati Uniti avrebbero dovuto pagare quasi lo stesso prezzo militare per il compromesso che per la vittoria.
Opposizione interna e formula di San Antonio
Il coinvolgimento diretto di Kissinger cominciò dopo visite nel Vietnam del Sud nel 1965 e 1966 come consulente sulla pacificazione. Concluse che la strategia prevalente non poteva vincere e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto districarsi attraverso negoziati con Hanoi. Nel 1967, a una conferenza Pugwash, Raymond Aubrac e Herbert Marcovich proposero un canale privato con Ho Chi Minh. Aubrac aveva conosciuto Ho a Parigi nel 1946, e Washington incoraggiò lo sforzo finché i due intermediari non rivendicavano status ufficiale.
Ho Chi Minh li ricevette e suggerì che Hanoi avrebbe negoziato se gli Stati Uniti avessero smesso di bombardare il Vietnam del Nord. Poiché Hanoi non avrebbe comunicato direttamente con Washington prima di una sospensione dei bombardamenti, Kissinger servì da intermediario non ufficiale. I messaggi passavano da Washington, spesso attraverso McNamara, a Kissinger, poi agli intermediari francesi e infine a Mai Van Bo, rappresentante di Hanoi a Parigi. Il processo rivelò sia l’ansia di Washington sia la cautela di Hanoi. McNamara voleva qualsiasi indizio capace di sostenere una soluzione negoziata, mentre Hanoi sorvegliava ogni concessione.
Il risultato fu la formula di San Antonio, annunciata da Johnson il 29 settembre 1967. Gli Stati Uniti offrirono di fermare il bombardamento aereo e navale del Vietnam del Nord quando quella sospensione avesse portato rapidamente a discussioni produttive, presumendo che Hanoi non approfittasse della pausa. Kissinger considera questo uno dei punti di svolta decisivi della guerra. Scambiava un obbligo americano preciso con condizioni indefinite: colloqui «produttivi» e nessun «vantaggio» nemico. Poiché Hanoi comprendeva le divisioni interne americane, poteva presumere che riprendere i bombardamenti dopo una pausa sarebbe stato controverso. La formula non chiedeva a Hanoi di fermare la guerriglia o abbandonare la sua strategia esistente.
Hanoi rifiutò persino quell’offerta favorevole e interruppe il canale privato in pochi giorni. Kissinger interpreta il rifiuto come tattico. Hanoi aveva imparato quanto basso potesse diventare il prezzo di una sospensione dei bombardamenti e voleva aumentare la pressione prima di negoziare. L’offensiva del Tet era ormai a pochi mesi.
A quel punto, l’opposizione interna negli Stati Uniti aveva cambiato carattere. Durante la Corea, i critici avevano contestato Truman perché non faceva abbastanza, e l’alternativa era stata l’escalation di MacArthur. Durante il Vietnam, i critici sollecitarono sempre più de-escalation o ritiro. I primi argomenti furono pratici: la guerra poteva essere impossibile da vincere, i costi potevano superare i benefici e il contenimento poteva essere eccessivamente esteso. Walter Lippmann sostenne che gli obiettivi di Johnson erano troppo ampi per mezzi limitati, mentre Fulbright passò dal sostegno all’escalation o a nuovi aiuti alla denuncia dell’«arroganza del potere».
Kissinger vede la critica muoversi lungo la stessa strada dell’idealismo americano, ma al contrario. I leader avevano difeso il Vietnam non solo su basi di sicurezza, ma anche come causa democratica. Quando i governi di Saigon non superarono le prove democratiche, i critici conclusero che l’alleato era moralmente indegno. Poi sostennero che vi fosse poca differenza morale tra Saigon e Hanoi, e infine che la guerra rivelasse una corruzione più profonda nella politica estera e nella società americane. La televisione amplificò il cambiamento mostrando la violenza della guerra a decine di milioni di persone, mentre le atrocità vietcong erano molto più difficili da filmare.
Le comunità intellettuali e universitarie, un tempo forti difensori dell’idealismo internazionale americano, divennero critiche centrali. Voci radicali respinsero l’anticomunismo stesso come obsoleto e trattarono il conflitto come anticoloniale o civile invece che come aggressione diretta da Hanoi. Johnson rispose invocando le ortodossie di Truman, Eisenhower e Kennedy, ma quelle premesse non persuadevano più una quota crescente del dibattito pubblico.
Tet e la rinuncia decisiva di Johnson
L’offensiva del Tet del 1968 completò il rovesciamento tra risultati sul campo e conseguenze politiche. Militarmente, dice Kissinger, Tet fu una grande sconfitta comunista. Le guerriglie emersero e combatterono apertamente, esponendosi alla superiore potenza di fuoco americana. Le loro reti nel Sud subirono pesanti perdite, e l’offensiva accettò il tipo di battaglia di logoramento che la dottrina americana cercava da tempo. Per alcuni aspetti, Tet confermò l’assunto militare secondo cui le forze comuniste, se costrette a combattere allo scoperto, potevano essere distrutte.
Psicologicamente, però, Tet fu una vittoria per Hanoi. Sembrò contraddire le affermazioni di progresso dell’amministrazione Johnson e convinse molti americani che la guerra non avesse una fine soddisfacente. Kissinger sostiene che i leader americani avrebbero potuto sfruttare la debolezza di Hanoi dopo Tet aumentando la pressione sulle unità principali nordvietnamite e negoziando da una posizione di forza. L’opinione pubblica non era ancora diventata semplicemente pacifista: i sondaggi mostravano ancora più americani identificati come falchi che come colombe e un forte sostegno alla continuazione dei bombardamenti. Il collasso avvenne tra le figure dell’establishment che un tempo avevano sostenuto il contenimento e poi persero fiducia nella guerra.
La trasmissione di Walter Cronkite del 27 febbraio 1968 scosse la Casa Bianca prevedendo lo stallo. Kissinger mette in dubbio l’affermazione che il Vietnam del Nord potesse eguagliare ogni escalation americana, ma ne riconosce l’effetto politico. Il Wall Street Journal, prima favorevole, chiese se gli obiettivi americani fossero stati minati dai mezzi usati per perseguirli. Senatori influenti intensificarono l’attacco. Mansfield disse che l’America era nel posto sbagliato a combattere la guerra sbagliata, e Fulbright contestò l’autorità dell’amministrazione di espandere la guerra senza dibattito congressuale.
Sotto questa pressione, Johnson cedette. Il 31 marzo 1968 annunciò una sospensione parziale dei bombardamenti a nord del 20° parallelo, offrì una sospensione totale una volta iniziate trattative sostanziali, indicò che grandi rinforzi non sarebbero stati inviati, chiese de-escalation unilaterale e dichiarò che non avrebbe cercato un altro mandato. Kissinger considera questa una delle decisioni presidenziali più fatidiche del dopoguerra. Johnson avrebbe potuto contendere le elezioni sul Vietnam o, se la salute impediva un’altra campagna, mantenere la pressione perché il successore ereditasse opzioni migliori. Poiché Hanoi era indebolita dopo Tet, una pressione continua avrebbe forse prodotto un quadro negoziale più forte.
Invece, Johnson combinò gli svantaggi di de-escalation, rinuncia politica e negoziazione. I suoi successori gareggiarono in promesse di pace senza definire che cosa significasse pace. Hanoi ottenne una sospensione dei bombardamenti in cambio di colloqui procedurali e usò la pausa per ricostruire la propria posizione nel Sud con personale nordvietnamita. Aveva poche ragioni per accordarsi con Johnson e ogni ragione per mettere alla prova il presidente successivo nello stesso modo. Il capitolo si chiude sulla logica che aveva governato la tragedia: la moderazione americana, concepita come prudenza e rassicurazione morale, fu interpretata da Hanoi come una ragione per persistere finché la volontà americana si spezzasse.
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