
La Libertà che guida il popolo, dipinto di Eugène Delacroix raffigurante la Rivoluzione di luglio in Francia, 1830. Immagine di pubblico dominio.
In L’età della rivoluzione, lo storico britannico Eric Hobsbawm affronta le profonde trasformazioni avvenute in Europa e nel mondo tra il 1789 e il 1848. A suo giudizio, il periodo fu l’età in cui la società dell’Antico Regime perse il monopolio sulla politica, sulla produzione e sull’immaginazione sociale. Il punto centrale è il consolidamento del liberalismo politico, del potere della classe media e del capitalismo industriale su basi liberali. L’età napoleonica, la Restaurazione europea e le rivoluzioni del 1820, 1830 e 1848 appartennero quindi allo stesso lungo ciclo di sconvolgimenti.
L’interpretazione di Hobsbawm comincia con ciò che egli chiamò la “duplice rivoluzione”. Un lato fu la Rivoluzione industriale, che trasformò la produzione, il lavoro e la geografia del potere economico. L’altro fu la Rivoluzione francese, che trasformò il linguaggio politico e la legittimità istituzionale. Insieme, queste rivoluzioni diedero al XIX secolo il suo motore economico e il suo vocabolario politico. Fabbriche e ferrovie cambiarono la vita quotidiana, mentre costituzioni, cittadinanza e governo rappresentativo formularono nuove pretese verso lo Stato. Proprio questa diffusione diseguale definì sempre di più ciò che i contemporanei intendevano per modernità.
Secondo Hobsbawm, la Rivoluzione industriale rappresentò una trasformazione delle fondamenta della crescita economica. Creò un sistema di produzione di massa a basso costo, fondato inizialmente su cotone e carbone. Macchine a vapore, ferro e ferrovie ampliarono poi la scala del cambiamento. L’Inghilterra fu pioniera grazie all’introduzione precoce del capitalismo nell’economia agraria, a una forte rete commerciale e ad ampio capitale disponibile per gli investimenti. Il cambiamento industriale fu rivoluzionario perché fece apparire la crescita continua normale anziché eccezionale. La produzione non dipese più soprattutto dai ritmi artigianali tradizionali o dai limiti dei mercati locali.
Questa svolta industriale cambiò anche la società. Il sistema di fabbrica concentrò i lavoratori in nuovi centri urbani. Gli imprenditori che controllavano macchine e capitali guadagnarono influenza, e la distanza sociale tra borghesia industriale e salariati aumentò. Hobsbawm interpretò l’industrializzazione come un processo conflittuale. Creò ricchezza e capacità produttiva, ma intensificò anche sfruttamento, insicurezza e conflitto di classe. La nuova economia rese più potente la borghesia e costrinse i lavoratori a organizzarsi intorno a salari, orario di lavoro e diritti politici. In questo senso, la trasformazione economica alimentò direttamente la politica del XIX secolo.
L’altro movimento che, per Hobsbawm, merita attenzione fu la Rivoluzione francese. Nacque da diverse crisi della monarchia borbonica. L’Illuminismo indebolì la legittimità politica, le disparità tra classi e ceti aggravarono il conflitto sociale e le spese eccessive del governo resero evidente una crisi fiscale che i tentativi di riforma non riuscirono a risolvere. Con la caduta della monarchia di Luigi XVI, gruppi radicali, conservatori e moderati arrivarono al potere in successione. La rivoluzione smantellò pilastri dell’assolutismo come i privilegi cetuali, la gerarchia corporativa e il diritto divino dei re. Mostrò che la sovranità poteva essere rivendicata in nome della nazione.
Per Hobsbawm, l’importanza della Rivoluzione francese superò i confini francesi attraverso l’esportazione di un nuovo modello politico. Gli eserciti e gli amministratori rivoluzionari portarono uguaglianza giuridica, autorità laica e potere statale centralizzato in gran parte d’Europa. Anche dove la dominazione francese fu odiata, le riforme che introdusse non poterono essere del tutto dimenticate. Il linguaggio dei cittadini, dei diritti, delle costituzioni e della sovranità nazionale divenne disponibile agli avversari della monarchia restaurata. Per questo i governanti conservatori temettero l’eredità rivoluzionaria molto dopo la caduta dei giacobini.
Le campagne vittoriose contro le coalizioni straniere reazionarie diedero prestigio a Napoleone Bonaparte, che infine divenne la figura dominante della Francia dal 1799. Come console e poi imperatore, riorganizzò la nazione, sconfisse la maggior parte dei nemici esterni e dominò il continente europeo tramite governi a lui favorevoli. Stabilizzò molte conquiste rivoluzionarie mentre riduceva la partecipazione politica. Napoleone preservò riforme giuridiche e amministrative, ma le collocò sotto uno Stato imperiale autoritario. Questa combinazione rese il suo governo attraente per alcune élite e intollerabile per molti oppositori.
L’espansione napoleonica costrinse inoltre le società europee ad affrontare il problema dell’impero e della nazione. Gli eserciti francesi ridisegnarono confini, abolirono alcuni antichi privilegi ed esigettero tasse, soldati e obbedienza. La resistenza al dominio francese si appoggiò spesso a tradizioni locali, religione, lealtà dinastica o nazionalismo emergente. Più di una volta, la Francia napoleonica cercò di sconfiggere l’Inghilterra, ma la Manica e la potenza navale britannica rimasero ostacoli decisivi. Dopo sanguinose battaglie, inclusa la fallita invasione della Russia, i francesi furono completamente sconfitti. Napoleone fu mandato in esilio due volte, e i leader europei cercarono di ridisegnare il continente su basi conservatrici.
Al Congresso di Vienna, Austria, Russia e Prussia affermarono la legittimità delle monarchie deposte con la forza durante l’età napoleonica. Inghilterra e persino Francia, rappresentata da Luigi XVIII e Talleyrand, parteciparono a questo assetto. Se fossero sorte minacce contro queste monarchie, le potenze sarebbero intervenute per proteggerle. L’accordo di Vienna tentò di contenere la rivoluzione restaurando la legittimità dinastica ed equilibrando le grandi potenze. Il ritorno allo status quo prerivoluzionario non si estese ai confini europei, che furono ridisegnati per impedire che uno Stato diventasse troppo forte.
Il sistema di Vienna combinò obiettivi conservatori e calcolo diplomatico. I suoi architetti comprendevano che l’Europa era stata trasformata dalla guerra e dalla rivoluzione. La Francia sconfitta, per esempio, ricevette un accordo moderato che le permise di conservare lo status di grande potenza. Per contenerla, fu creata la Confederazione germanica. Le grandi potenze svilupparono anche abitudini di consultazione che gli storici chiamano Concerto d’Europa. L’ordine dipendeva da diplomazia, intervento e compromesso tra Stati che temevano una nuova guerra rivoluzionaria. Eppure quell’ordine poggiava con disagio su società che stavano già cambiando.
L’ordine di Vienna, articolato dalle élite politiche europee, affrontò sfide ripetute nei decenni successivi a causa dello scoppio di rivoluzioni liberali in tutta Europa. Questi movimenti variarono da luogo a luogo, ma di solito si opposero alla censura, al governo arbitrario e all’esclusione dei cittadini proprietari dalla vita politica. Molti liberali volevano costituzioni scritte, assemblee elette, uguaglianza civile e protezione della proprietà. La loro politica rifletteva la crescente fiducia di professionisti istruiti, commercianti, industriali e altri gruppi di classe media. Non chiedevano sempre la democrazia nel senso universale moderno.
Le rivoluzioni del 1820 mostrarono quanto potesse essere fragile la politica della Restaurazione. Rivolte e cospirazioni apparvero nel mondo mediterraneo e in zone europee dove ufficiali, studenti e liberali costituzionali resistevano all’assolutismo. Alcuni movimenti cercarono carte costituzionali e istituzioni rappresentative; altri collegarono le richieste liberali all’indipendenza nazionale. Le potenze conservatrici risposero con sorveglianza e, quando possibile, con intervento militare. Questi primi sollevamenti raramente crearono regimi liberali stabili, ma mantennero viva la tradizione rivoluzionaria. Rivelarono anche che la repressione poteva rinviare il conflitto senza risolverne le cause.
Le rivoluzioni del 1830 ebbero un impatto più ampio. In Francia, la Rivoluzione di luglio sostituì la linea borbonica restaurata con una monarchia costituzionale associata al liberalismo borghese. Il Belgio ottenne l’indipendenza dal regno olandese, mentre i ribelli polacchi sfidarono il dominio russo e furono sconfitti. Gli eventi del 1830 mostrarono che l’ordine di Vienna poteva cedere in alcuni luoghi e schiacciare l’opposizione in altri. La causa liberale avanzò soprattutto dove divisioni delle élite, mobilitazione urbana e circostanze diplomatiche indebolivano la reazione conservatrice. Rimase vulnerabile dove gli interessi delle grandi potenze favorivano la repressione.
Il sentimento rivoluzionario raggiunse il culmine nel 1848, quando scoppiarono rivolte in vari luoghi contemporaneamente. Difficoltà economiche, scarsità alimentare, disagio operaio, agitazione nazionalista e frustrazione liberale confluirono in una crisi continentale. Parigi tornò a essere un centro rivoluzionario, ma gli sconvolgimenti scossero anche gli Stati tedeschi, le terre asburgiche, la penisola italiana e altre regioni. Le rivoluzioni del 1848 esposero la debolezza condivisa dei vecchi regimi e le divisioni tra i loro avversari. Liberali, democratici, lavoratori, contadini e nazionalisti non volevano sempre lo stesso futuro.
I fallimenti del 1848 sono cruciali per la visione che Hobsbawm ebbe del secolo. Molti governi rivoluzionari crollarono, gli eserciti recuperarono il controllo e le monarchie sopravvissero. Tuttavia, le rivoluzioni non furono prive di significato. Accelerarono il declino dei residui feudali, spinsero i sovrani a considerare concessioni costituzionali e resero impossibile ignorare le questioni nazionali. Anche sconfitte, le rivoluzioni indebolirono le strutture assolutiste e favorirono l’ascesa politica della classe media e della borghesia industriale. Il vecchio ordine poteva riaffermarsi, ma non poteva più governare come se il 1789 non fosse mai avvenuto.
Hobsbawm collega quindi le rivoluzioni del XIX secolo a una trasformazione sociale più ampia. Il liberalismo comprendeva parlamenti e costituzioni, e andava oltre le sole forme istituzionali. Era legato a mercati, proprietà, diritto laico, carriere pubbliche e alla convinzione che la società dovesse organizzarsi intorno agli individui invece che a ceti ereditati. Il capitalismo industriale diede maggiore peso ai gruppi che beneficiavano dell’uguaglianza giuridica e di un’attività economica più libera. L’età della rivoluzione creò un mondo in cui la società borghese divenne il punto di riferimento tanto per la riforma quanto per la resistenza.
Questo non significa che Hobsbawm vedesse il periodo come una marcia tranquilla verso la libertà. Le stesse forze che minarono l’assolutismo produssero anche nuove esclusioni. Lavoratori, donne, sudditi coloniali, contadini senza proprietà e molte minoranze religiose o etniche rimasero fuori dalla piena promessa della cittadinanza liberale. Le rivoluzioni del XIX secolo aprirono possibilità politiche mentre conservavano gerarchie marcate. La loro importanza storica sta nella contraddizione tra linguaggio universale e accesso sociale limitato. Annunciarono diritti in termini ampi, ma la lotta su chi potesse davvero usarli continuò molto dopo il 1848.
Il quadro di Hobsbawm aiuta inoltre a spiegare la persistenza politica del ciclo rivoluzionario dopo le sconfitte militari. La memoria del 1789 diede ai movimenti successivi un repertorio comune di simboli e rivendicazioni. Una costituzione poteva essere immaginata prima di esistere, e una nazione poteva essere invocata prima di possedere uno Stato. Questo repertorio condiviso rese ogni crisi locale parte di un dibattito più ampio su legittimità, cittadinanza e potere sociale. I governi potevano censurare giornali o arrestare cospiratori; cancellare le aspettative politiche create da decenni di sconvolgimenti era molto più difficile.
Lo stesso schema chiarisce il rapporto tra classe e nazione. I liberali di classe media parlavano spesso in un linguaggio universale, ma la loro base sociale rimaneva specifica. Volevano carriere aperte, diritti di proprietà affidabili e governi responsabili davanti ai cittadini istruiti. I lavoratori entrarono nell’arena rivoluzionaria con urgenze diverse. Si preoccupavano del prezzo del pane, della sicurezza dell’impiego e della dignità del lavoro. Il processo rivoluzionario unì quindi il costituzionalismo borghese alle richieste sociali popolari senza riuscire a conciliarli pienamente. Questa tensione divenne particolarmente visibile nel 1848, quando le alleanze si formarono rapidamente e poi si spezzarono sotto la pressione degli eventi.
Le potenze della Restaurazione compresero questo pericolo. La loro paura riguardava meno una singola cospirazione che la possibilità che le richieste di riforma superassero i confini. Una rivolta in una capitale poteva incoraggiare agitazioni in un’altra. Una concessione costituzionale poteva diventare un precedente per i popoli vicini. Per gli statisti conservatori, il pericolo rivoluzionario stava nella capacità di trasformare il cambiamento politico in un linguaggio contagioso. Intervento e diplomazia cercavano di isolare quel linguaggio. Il ritorno ricorrente dei disordini mostrò quanto fosse diventato difficile tale isolamento.
Il racconto di Hobsbawm è utile anche per il modo in cui tiene insieme scala storica ed esperienza vissuta. Una linea ferroviaria, un codice giuridico o una carta costituzionale potevano sembrare elementi tecnici se osservati da soli. Nel mondo che descrive, ciascuno apparteneva a una più ampia riorganizzazione del potere. Un operaio che entrava in fabbrica incontrava una nuova disciplina. Un mercante che cercava contratti sicuri voleva un diritto prevedibile. Uno studente che leggeva opuscoli liberali immaginava la cittadinanza come una rivendicazione pratica. L’età fu importante nel collegare decisioni ordinarie su lavoro, proprietà, istruzione e parola pubblica al crollo dell’autorità ereditata. Questo legame spiega la compresenza di speranza e paura. Spiega anche la sopravvivenza della tradizione rivoluzionaria dopo la sconfitta.
Viste da questa angolazione, le rivoluzioni del 1820, 1830 e 1848 non furono episodi separati aggiunti alla Rivoluzione francese e a quella industriale. Furono ondate successive della stessa trasformazione. Ogni ondata mise alla prova l’equilibrio tra restaurazione e cambiamento, tra legittimità dinastica e sovranità nazionale, tra società industriale e privilegio ereditato. L’argomento di Hobsbawm è che l’Europa moderna emerse da questo conflitto ripetuto. Il carattere rivoluzionario del XIX secolo derivò dal fatto che politica, economia e gerarchia sociale furono tutte costrette a fondarsi su basi nuove.